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Fonte: https://www.tpi.it/2018/06/20/tifosi-giappone-puliscono-stadio/

Tutta la letteratura specializzata in Lean concorda nell’affermare che il successo di questa filosofia organizzativa è dovuto alla sua capacità di coinvolgere le persone, favorendo una cultura aziendale che le responsabilizza, le stimola e le orienta verso comportamenti virtuosi, utili a generare valore per loro stessi, per i propri colleghi e per il cliente finale.

In molti post ho sottolineato come questi risultati siano sostanzialmente imputabili alla capacità dei leader aziendali di comprendere a fondo e implementare correttamente questa filosofia organizzativa.

Come dimostrano i tanti casi di applicazione eccellenti ormai presenti in Europa e negli Stati Uniti – e come dimostra il leggendario caso dello stabilimento di Fremont di cui abbiamo spesso parlato in passato – se ben compreso e applicato il Lean Manufacturing è applicabile ovunque, poiché fa leva su aspetti della natura umana che hanno un carattere universale.

Fatta questa premessa, che ritengo doverosa e importante al fine di non fraintendere il senso del post di oggi, è innegabile che alcune delle peculiarità del modello riflettano fortemente alcuni dei punti di forza della cultura giapponese.

Non mi permetterò di esprimere un giudizio né di fare un confronto tra la cultura e gli atteggiamenti giapponesi e occidentali (italiani in particolari) poiché ritengo che ciascun paese, e ciascuna cultura nazionale, abbia punti di forza e di debolezza.

Una frase che spesso mi torna alla mente durante i miei viaggi in Giappone è infatti quella con cui il Marco Polo di Italo Calvino descrive il rapporto tra Occidente e Oriente:

“noi siamo il loro sogno, loro il nostro”

Detto questo, credo che trarre spunto da alcuni aspetti e comportamenti che hanno oggettivamente e universalmente un risvolto positivo sia qualcosa di estremamente utile per crescere.

Dopo questa premessa un pochino lunga ma doverosa, veniamo ai due esempi di cui vorrei parlarvi, che lasciano semplicemente a bocca aperta.

Il primo è legato all’atteggiamento con cui la nazionale giapponese e i suoi tifosi hanno lasciato i mondiali in Russia, cito l’articolo di “Sport Mediaset”, che trovate completo a questo link.

Un cartello con scritto “Grazie”, in russo, lasciato sul tavolo. Attorno, uno spogliatoio splendente. Non è uno scherzo né una fake news, è semplicemente una delle istantanee più belle di tutto il Mondiale di Russia. Il Giappone, distrutto dal dramma sportivo della rimonta subita dal Belgio negli ottavi a Rostov, è rientrato negli spogliatoi gonfio di lacrime. Poi, con un cuore immenso, dando un esempio unico del calcio, si è premurato di pulire lo spogliatoio. Niente bottigliette, niente cartacce, niente nastri. Splendente, pulito, e un cartello in russo: “Grazie”.

Ma non è stata solo la nazionale a fornire un esempio positivo al mondo, poiché anche i tifosi hanno lasciato gli spalti puliti, e la cosa ancora più bella è che il loro comportamento onorevole ha indotto anche i tifosi di Colombia, Senegal e di altri paesi a fare altrettanto!

Cito infatti l’articolo dell’Linkiesta che descrive questa positiva ondata di cambiamento.

“Come sanno tutti, le buone maniere vanno insegnate. E, come è ovvio, ci vuole qualcuno che le insegni. Ebbene, questo qualcuno c’è: sono i tifosi del Giappone, i più puliti e ordinati di tutto il Mondiale. La loro educazione e il rispetto per i luoghi si è dimostrato contagioso: hanno cominciato a ripulire gli spalti dopo la partita contro la Colombia e (incredibile) anche i tifosi colombiani, per non passare da zozzoni, li hanno imitati. La stessa cosa è avvenuta al match successivo, contro il Senegal: i giapponesi hanno come sempre pulito gli spalti e (coincidenza?) anche i tifosi senegalesi si sono dati da fare.

Ma la moda si è propagata: i tifosi hanno cominciato a pulire gli stadi anche quando non c’era il Giappone in campo. Lo hanno fatto, come si mostra in queste immagini, quelli dell’Uruguay e dell’Arabia Saudita. Questi ultimi con meno entusiasmo dei primi, visto che la loro squadra era appena stata sconfitta.

Fonte: https://www.linkiesta.it/it/article/2018/06/27/il-mondiale-dei-tifosi-educati-grazie-al-giappone-adesso-tutti-pulisco/38590/

Tutto questo dimostra che, come abbiamo avuto modo affermare anche nel post “La Santa Lean”, il mondo si migliora più facilmente in ottica kaizen, con piccoli passi e dando il buon esempio!

Veniamo ora al secondo esempio di “Lean attitude” di cui vorrei parlarvi oggi.

Già presentato sul blog “Allaboutlean”, questo caso – che traduco e commento – ci mostra come lavorare con metodo e intelligenza possa portare, anche in ambito sportivo, a raggiungere risultati insperati.

Durante le Olimpiadi di Rio 2016, la squadra giapponese di staffetta era considerata una delle più deboli. Nessuno dei suoi quattro componenti (Ryota Yamagata, Shota Iizuka, Yoshihide Kiryu e Aska Cambridge) era infatti in grado di correre i cento metri stando sotto i 10 secondi.

Tutti gli altri team partecipanti alla finale (con l’eccezione del Brasile) avevano invece almeno un componente in grado di stare sotto i 10 secondi, con addirittura il team giamaicano (di cui faceva parte anche il super campione Usain Bolt) e quello statiunitense che erano composti totalmente da corridori in grado di stare individualmente sotto i 10 secondi.

Con i suoi 40,38 secondi totali il Giappone era quindi la penultima squadra più lenta in finale (dopo il Brasile).

Fonte: https://www.allaboutlean.com/japan-relay-2016/

Guardando esclusivamente a questi numeri, il Giappone non avrebbe avuto alcuna possibilità di medaglia. I super favoriti erano invece Giamaica, gli Stati Uniti e Trinidad, che sembravano destinati a salire sul podio. Eppure il Giappone è arrivato secondo, dopo la Giamaica!

Come è stato possibile?

Nella tabella sotto trovate l’indicazione dei secondi recuperati in staffetta da ciascun team rispetto al totale dei tempi individuali. Nella staffetta per tre corridori su quattro è infatti normale totalizzare un tempo sui cento metri inferiore a quello realizzato in gara singola, poiché il passaggio del testimone avviene in corsa.

Fonte: https://www.allaboutlean.com/japan-relay-2016/

La maggiore o minore riduzione di questo tempo è però strettamente legata alla tecnica di passaggio del testimone messa a punto dalla squadra, ed è in questo che il Giappone è riuscito a surclassare tutti gli altri team.

Dunque perfezionando ed innovando la tecnica di cambio, atleti “normali” hanno ottenuto risultati eccellenti, in piena ottica Lean.

Fonte: https://www.allaboutlean.com/japan-relay-2016/

I fantastici “Underdog” del team nipponico sono l’ennesima dimostrazione che, come cita un famoso motto Toyota, persone normali in processi eccellenti possono fare molto meglio di persone eccezionali operanti in processi scadenti!

 

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Consulente e formatore in ambito Lean per SOGES S.p.A., sono inoltre docente a contratto di Lean Enterprise presso la Facoltà di Ingegneria Gestionale dell’Università Carlo Cattaneo (LIUC) di Castellanza (VA). Questo blog nasce per fornire il mio contributo alla diffusione della cultura lean in Italia, nella convinzione che per sopravvivere e prosperare in un mercato globale sempre più sfidante sia fondamentale che le nostre imprese interiorizzino queste metodologie e questo modo di pensare.

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